Interviste

Manuela Borri Renosto, intervista audio di Ottavio Rosati

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Manuela Borri Renosto in ricordo del Maestro Giacinto Scelsi, intervista di Stefania Gianni
La seguente intervista è stata gentilmente concessa dalla signora Manuela Borri Renosto in ricordo del Maestro Giacinto Scelsi, scomparso il 9 agosto del 1988. La scelta di questo nome, soltanto parzialmente appartenente al mondo musicale – avendo per lunghi anni fatto parte del Gruppo di improvvisazione Prima Materia ed essendo stata la moglie del compositore Paolo Renosto – è dovuta alla sua lunga frequentazione con Giacinto Scelsi e alla sperimentazione delle nuove tecniche che egli stesso usava per comporre e che poi la signora Borri Renosto ha applicato ad altri campi, in particolare all’insegnamento delle discipline yoga, a cui l’ha iniziata proprio Giacinto Scelsi e a cui si è dedicata in maniera professionale. La prospettiva di comprendere meglio il mondo musicale di Scelsi e il modo in cui è nata alla sua musica, sono stati i motivi primi per la realizzazione di questa intervista che, come si vedrà, presenta alcuni aspetti inediti della personalità e dell’approccio compositivo di Giacinto Scelsi.

D. Come ha conosciuto il Maestro Giacinto Scelsi?
R. Ho conosciuto Giacinto Scelsi grazie a mio marito, il compositore Paolo Renosto. Veniva spesso a casa nostra. Un giorno il giornalaio aveva dato il mio marito dei libri di Sri Aurobindo per me. Così quando incontrai di nuovo Giacinto, gli chiesi maggiori informazioni poiché all’epoca non sapevo molto di yoga, della filosofia indiana e del mondo orientale. Lui fece un sorriso radioso e disse: “E’ il momento” e chiese a Paolo se potevo andare ad incontrarlo un giorno alla settimana a casa sua. Paolo naturalmente disse di sì e da allora tutti i mercoledì alle 17.00 ero da lui, iniziando un mio percorso di musica e di yoga.
Il maestro mi ha dato il sostegno giusto per rispondere alle tante domande che allora mi turbavano e che riguardavano la mia crescita spirituale.

D. Cosa ci può raccontare del vostro rapporto e del lavoro che ha svolto con lui?
R. Questo rapporto durato decenni è incominciato come una sorta di incantamento: mi trovavo in un posto meraviglioso – la casa di fronte al Palatino, dove abitava -e insieme ad una persona così particolare che parlava una lingua sconosciuta ma che, sentivo, mi corrispondeva. Il nostro lavoro è cominciato come lui stesso racconta dei suoi inizi: ci siamo messi al pianoforte, lui ha abbassato il pedale per lasciar risuonare il suono e ha cominciato a ribattere un unico tasto. “Ascolta”, mi diceva “ascolta”. E per me è stato come fare un passo indietro, tornando ai miei studi di pianoforte – che avevo lasciato per sposarmi – alle origini della scoperta della musica, con mio padre, che aveva lasciato anche lui gli studi per via della guerra e delle successive necessità. Così ho riconquistato pian piano l’esperienza della liberazione a cui mi aveva introdotto mio padre, fin da bambina.

D. Cosa ha significato questo modo di ascoltare il suono?
R. Con Giacinto sono tornata alla fonte, mi ha portato in questo incantamento dell’ascolto: “Ascolta, vai fin dentro suono”. Ed io, sotto la sua guida, ho fatto altri passi: ho iniziato l’ascolto del suono senza ritmo, che porta al di là dell’attualità ed all’esperienza della Via di Mezzo. Se volessimo riportarla al mondo occidentale potremmo spiegarla con il pensiero di Jung per il quale, appena si raggiunge, il Sè è pronto a separarsi di nuovo. Dal tutto indistinto comincia la creazione quindi la dualità. Quella della Via di Mezzo per me è stata una chiave che mi ha permesso di stare in equilibrio, nel mezzo delle cose, perché la mente imparava gradualmente a stare ferma, immobile e così anche il suono immesso era sempre più stabile, costante e chiaro. Da lì ho scoperto gli armonici e Giacinto era soddisfatto di aver portato qualcun altro a percepire lo stesso tipo di suono che percepiva lui. Dopo molto tempo riuscivo a sentire dentro di me un’intera fascia sonora.

D. Le ha mai parlato della sua concezione della musica, del suo punto di vista teorico, filosofico?
R. Soltanto in seguito ha cominciato ad introdurmi alla sua concezione della musica, all’interpretazione della musica delle sfere, alla musica degli Angeli, alla conoscenza dell’evoluzione cosmica, e tanti altri discorsi. Così ho proseguito questa esperienza che lui intervallava con tanti racconti, aneddoti, storie e silenzi. A volte diceva: “Oggi silenzio”e si ascoltava il silenzio, oppure si fissava la palma che si vede ancora dalla finestra del suo salotto. Ammirava molto Rudolf Steiner e credo che alla influenza di quest’ultimo debba molto l’elaborazione teorica di Scelsi.

D. Ha mai fatto confronti tra la propria musica e quella di altri compositori?
R. A volte gli facevo delle domande perché man mano che mi guidava nell’ascolto della vibrazione, la comprensione della musica di altri compositori mi diventava sempre più difficile, anche quella di mio marito. E allora lui mi spiegava che “quella è una tecnica, una maniera di esprimere il sentimento”, mentre la sua musica era lontana da questo tipo di espressione e quindi aveva la possibilità di rivelare un’ipotetica ultima verità. Il sentimento, mentre riflette l’intera gamma delle emozioni, opacizza; al contrario, la sua musica, rimanendo distaccata diventava come cristallo, era trasparente e andava oltre la semplice espressione. Questa era la sua ricerca. La sua era una musica di auto-iniziazione e di iniziazione per gli altri. Era determinante, per lui, mettere l’io individuale a riposo, eliminare la coscienza del momento, per fare uscire l’Altro.

D. Lei è stata iniziata allo yoga e alle tecniche di concentrazione da Scelsi. A cosa servivano quelle pratiche?
R. Tutte le pratiche e le tecniche che mi ha insegnato, quelle respiratorie, di concentrazione, di meditazione, servivano a raggiungere gradualmente stadi sempre più profondi, sino al momento in cui si poteva anche lasciar uscire la musica. Quello era il suo metodo. Arrivava ad un certo stadio meditativo e poi, davanti al pianoforte, lasciava correre le mani, registrando quel che usciva. A volte ha fatto provare anche me, da sola o insieme a lui. E ci voleva anche più di un’ora di preparazione. Io non ero in grado di spiegare quello che succedeva, né di capire, né di parlarne con qualcun altro. Sono state pratiche lunghe, durate anni, che dall’esterno avrebbero potuto sembrare monotone, sempre uguali, eppure erano sempre nuove. È stato un cammino lungo e faticoso raggiungere e sostenere quel particolare stato mentale, dove poi la creatività si espande e si libera. Con lui ho fatto esperimenti di questo tipo, “lo puoi fare anche tu”, diceva, ma per me non significava affatto comporre: semplicemente lasciar fluire tutto ciò che arrivava. Dopo quello che per me era come un sogno, tornavo a casa e facevo le cose di sempre. Probabilmente queste esperienze avrebbero potuto scardinare una personalità meno forte, perché la mente era trasformata dalle diverse pratiche che mi faceva fare. Erano spesso pratiche non tradizionali, che non si trovano nei testi. Ad esempio non mi ha mai dato dei veri mantra indiani da recitare o da cantare. Si lavorava principalmente su suoni, vocali, consonanti, e sulla pratica respiratoria, con l’ascolto della risonanza durante la sospensione del respiro. Allora la mente trovava una certa stabilità e si sperimentavano man mano diversi stati mentali, fino a lasciar fluire la creatività.

D. Se queste pratiche potevano essere pericolose per qualcuno, anche l’ascolto della sua musica avrebbe potuto provocare danni?
R. Giacinto stesso ammetteva che la sua musica avrebbe anche potuto far male se ascoltata con un’attitudine non corretta. Per questo stava tanto dietro agli esecutori. Le prove non finivano mai perché voleva trasmettere una particolare condizione psichica. Io gli facevo notare che era impossibile, a meno di non far fare a tutti lunghi anni di sedute di rieducazione all’ascolto. Ma lui ribadiva che poi “ne parlano, ne scrivono e non si può né parlarne né scriverne. Ne parlano, ne scrivono, ma non possono capire”. Infatti sosteneva che non si può ascoltare la sua musica senza una preparazione di concentrazione, meditazione, tanto forti sono gli effetti che produce dal punto di vista psicofisico. Lui faceva fare la preparazione all’ascolto prima di ascoltare la sua musica, lasciando che questa inducesse ad alcune esperienze. Ma aggiungeva anche: “Basta che in un intero teatro ci sia anche un solo ascoltatore con tale preparazione” e lui era soddisfatto. Infatti la vibrazione non si può fermare e questa agisce, provocando delle modificazioni, degli sblocchi. Per questo si possono avere reazioni diverse, positive o meno. Se si è preparati ci si può predisporre subito con l’attitudine giusta, con quella condizione di apertura all’ascolto di una musica che provoca delle modificazioni interne.

D. Che cos’era la musica per Giacinto Scelsi? Come pensava che agisse in chi l’ascoltava? Aveva rapporto con il Divino o con un’esperienza trascendente?
R. Per lui la musica non doveva scatenare il sentimento o l’emotività, ma era il mezzo ideale di congiunzione dell’umano con lo spirito. Era il mezzo di comunicazione vera, un percorso iniziatico. La vera arte, la creatività pura si ha quando ti aiuta a trovare il Divino. Altrimenti dice cose umane, è dispersione, è solo “fare” e quindi apparenza. E questa arte non serve. Quella vera mette in comunicazione direttamente, senza intermediari. La dualità si annulla e si entra nel mezzo, in quello spazio che Jung chiama “pleroma”, del tutto indistinto, da cui comincia la creazione, la dualità. Secondo Patanjali quello stato si può raggiungere e lo scopo è che prenda sempre più spazio per cui sei e puoi fare, in quelle condizioni, delle cose straordinarie. Queste scaturiscono da quella maniera di essere in cui dell’Io c’è poco o niente. Rimane solo per le funzioni vitali, memorie di sopravvivenza ed è al servizio della Forza Superiore. Non si agisce, ma si è agiti.

D. Cosa della sua amicizia con Giacinto Scelsi è stato particolarmente importante?
R. Con lui ho potuto affinare molto l’ascolto e non solo della musica. Se si entra dentro fino in fondo il suono, si apre una porta, “e poi se ne aprono tante altre”, affermava Giacinto. In effetti lui mi diceva di non preoccuparmi, quando gli domandavo che cosa stessimo facendo. “Io sono un usciere”, qualcuno che apre le porte, affermava. E quello mi bastò perché corrispondeva esattamente all’esperienza che facevo. Mano a mano, si fa un percorso che ha delle tappe, con esperienze psichiche diverse, fino a far uscire una certa creatività. Le tappe segnano il cammino che si sta facendo, diventandone consapevoli. In seguito sono arrivati lo zen, lo yoga, il mantra yoga e tante altre cose che sono partite da lui. Io ho avuto la fortuna di conoscere Giacinto Scelsi credo nel periodo più bello del suo cammino psicologico creativo: era una persona radiosa e “risonante” e intorno a lui c’erano tante persone da vedere, da frequentare, per continuare ad imparare.

D. Pensa che questa eredità che lei ha ricevuto da Giacinto Scelsi possa essere trasmessa?
R. Finora non ci ho pensato. Ho continuato ad approfondire i miei studi e le mie pratiche sulla via che mi aveva indicato. Ma è probabile che molto presto possa cominciare a scrivere dei testi per trasmettere la preziosa eredità di Giacinto Scelsi.

L’aspetto della trascendenza, sembra quindi essere la caratteristica fondamentale della musica di Scelsi, sia per quanto riguarda la genesi che la funzione e la necessità d’essere. Estremamente importante, nella testimonianza della signora Borri Renosto, è il percorso che Scelsi ha fatto effettuare ad altri, recuperando, per vie diverse, quello che per lui era una condizione mentale naturale, di cui sentiva gli effetti fin da bambino, tanto da cadere in trance e improvvisare al pianoforte fin dall’età di tre anni.
Giacinto Scelsi ha elaborato un modo – attraverso tecniche mentali orientali ed occidentali di vario tipo -che adattava a ciascuno dei suoi ” allievi “, per fare esperienza di un certo stato psicofisiologico tale da produrre una “musica divina”, la vera musica. E come la materia si polverizza in particelle sempre più minuscole, tanto da dimostrare la sua natura di pura energia, così il suono, per Scelsi, non solo si assottiglia in sempre più minuscole porzioni di energia, ma ci fa fare esperienza diretta del Divino che è in noi e attorno a noi. Può sembrare questa un’affermazione un po’ azzardata, ma molti hanno parlato dei titoli delle composizioni di Scelsi, afferenti le più diverse tradizioni religiose spirituali, sacre e profane, in molti hanno lungamente disquisito sulle proporzioni delle sue musiche, il più delle volte presentanti sezioni auree e tripartizioni care alle più lontane e vicine culture. Ma tutto ciò sembra non essere sufficiente a spiegare la musica di Scelsi e sembra aver ragione il compositore quando affermava, con forza, che la sua musica non si può analizzare, perlomeno con le limitazioni imposte dalle nostre speculazioni teoriche, dal sistema e dalla terminologia in uso. In tal modo si evidenzia una conoscenza della sua musica che può apparire profonda ma è in realtà superficiale. E’ come imparare tutto su un argomento dai libri – in questo caso dall’ascolto – ma non aver vissuto l’esperienza internamente. Tutto ciò si riduce a puro nozionismo ma non ad una reale conoscenza.
Lo stesso problema si pone nel “parlare” della musica di Giacinto Scelsi. La musica che usciva dalle sue mani era di una forza straordinaria, soltanto parzialmente descrivibile: non era soltanto trascinante, o coinvolgente, o avvolgente. Era qualcosa di più. Qualcosa che pochi hanno la fortuna di ri-conoscere.
La sua concezione della musica espressa in diversi testi, alcuni più squisitamente concettuali, altri a carattere storico, mostra un’elaborazione legata strettamente all’universo staineriano. Le sue “lezioni” avvenivano per trasmissione orale, senza libri o supporti. Qualche volta si utilizzavano figure geometriche e non, per particolari esercizi. Ma sebbene nei suoi testi si parli chiaramente dello stato psichico, caratteristico di quella psiche che ha raggiunto lo stadio “di espressione” non più egotico, Scelsi non parla della dimensione ulteriore, di cui ha fatto fare esperienza ai suoi più intimi “discepoli”.
Scelsi ha cercato, trovato, donato, una strada “percorribile” per la conoscenza della genesi e la comprensione della sua musica. Tra i pochi eletti, la signora Borri Renosto e alcuni, pochissimi altri che, con costanza, umiltà e grande forza di volontà, hanno seguito le indicazioni del Maestro e che non necessariamente erano e sono rimasti nel campo musicale. Potremmo sostenere che, nell’affermare che la sua musica “si trova al di là del tempo”, Scelsi dia una chiave di lettura. Ancora una volta ci troviamo al di fuori della dualità: in quella dimensione spazio/temporale cosmica al di là delle imperfezioni dello spazio/tempo cronologico e naturale che a volte, come per magia, può capitare di sperimentare anche nella vita quotidiana.
Non a caso Giacinto Scelsi ha ritenuto fondamentale l’occultamento volontario della maggior parte dei suoi dati biografici, legati soltanto alla sua manifestazione incarnata in quest’epoca, come egli stesso affermava. D’altra parte poco si sa di William Shakespeare o di Pitagora, così come di altri grandi personaggi che hanno lasciato al mondo una pesante eredità, difficilmente trasmissibile, sulla carta.
Lo stimolo che Giacinto Scelsi voleva dare, era di travalicare i confini del qui e ora, dei “fatterelli” della sua vita, delle sue conoscenze eccetera, ma di accogliere la sfida per giungere ad un grado di comprensione più profondo, per il quale la sua musica non sarebbe stata che un umile mezzo.
La conoscenza del Divino era, per Scelsi, qualcosa di realizzabile, uno scopo da porre per dare il giusto significato alla propria esistenza, all’esistenza di ciascuno.
La conoscenza della propria data esatta di dipartita da questo mondo, è una testimonianza ulteriore del raggiungimento di uno degli stati di sviluppo spirituale riservato solo i grandi Maestri.